Vecchie Storielle, la SIFD e l'Accademia


Avete presente le rubriche del tipo "Come ridevano negli anni '20", dove sono riproposte barzellette tratte da giornali d'epoca? Quello che interessa il lettore contemporaneo non è ovviamente la barzelletta in sé ma il fatto che i nostri nonni e bisnonni ridessero di quelle scemenze. Ovvero: ci fa ridere il fatto che a loro quelle cose facessero ridere, no?
Leggendo i vecchi numeri de Il Flauto Dolce, la rivista della SIFD, Società Italiana del Flauto Dolce, a volte si può vivere un'esperienza analoga: non è tanto interessante quello che vi scrivevano trenta e più anni fa, ma il fatto che ritenessero di dover dire quelle cose. Farò subito un esempio, ma prima una piccola ricapitolazione per tutti.

La SIFD è nata all'inizio degli anni '70 dopo una serie di esperienze di corsi di flauto dolce tenuti dalla fine degli anni sessanta in poi. Ha dato vita ai corsi annuali di Urbino e pubblicato 19 numeri de il Flauto Dolce in quasi vent'anni, prima di arrivare nel tempo a:

- cambiare nome in FIMA, Fondazione per la Musica Antica;
- trasformare la rivista Il Flauto Dolce in Recercare;
- rinominare definitivamente l'evento annuale di Urbino da "Corso di flauto dolce" nell'attuale "Corso Internazionale di Musica Antica".

Insomma, aggiungete se volete anche quanto scritto nel post su Brüggen e avrete forse più chiaro il bel quadro di smobilitazione e disimpegno dal flauto dolce avvenuto negli anni '80. C'è talmente tanto da dire su questo tema (e, per quanto mi riguarda, ancora da scoprire) che sicuramente ci torneremo su in futuro.
Invece il messaggio di questo post è, per il momento: quello che è accaduto non è stato (solo) il riflesso di un clima culturale generale (i famigerati anni '80, con Reagan, la Thatcher e i paninari), ma il risultato finale di atteggiamenti che erano presenti nel "movimento" del flauto dolce fin dagli inizi degli anni '70.

Un esempio?
Nel Notiziario de Il Flauto Dolce numero 5, 1974, pagg. 34-35, compare il seguente trafiletto integralmente tratto dalla «Gazzetta di Mantova»:

 



Questo articolo è stato riportato sulla rivista per complimentarsi per l'iniziativa? Per dare risalto a un avvenimento di successo che coinvolgeva il flauto dolce? Per creare emulazione fra i vari insegnanti presenti sul territorio nazionale e moltiplicare simili occasioni?

In realtà, ecco cosa è stato scritto appena sotto la fine del ritaglio precedente da un Redattore il cui nome non è purtroppo indicato nel colophon di quel numero:

[Ci rallegriamo cordialmente con il M.o Pastorello per l'iniziativa di «far musica» con i ragazzi della sua scuola. Non condividiamo però la scelta dei brani che il M. Pastorello fa eseguire agli allievi. Con tanta letteratura originale perché rivolgersi proprio alle «canzoni degli anni '30»?]. N.d.R.
Domande, domande, domande!
Non è sorprendente che sull'unica rivista italiana allora dedicata al nostro strumento, in un periodo che ancora oscillava fra pionierismo e "professionismo", si riporti una notizia sicuramente minore e locale con il solo (evidente) scopo di rampognarne il protagonista?

E non è interessante che in un ambito (la musica antica in generale e il flauto dolce in particolare) allora ancora parzialmente anti-accademico e di tendenza popolare si cominciassero a metter nero su bianco censure tipiche dell'accademismo nostrano?

E non è curioso che la natura di tali rampogne non avesse nulla a che vedere con il modo in cui lo strumento venisse suonato e insegnato, ma solo con la provenienza dei repertori proposti?

Tornerò ancora sull'argomento, se ne avrò il tempo in futuro, ma per il momento vorrei chiudere con ancora alcune domande.
Per quale motivo al redattore SIDF è apparso essere meglio, in quello che sembra poco più di un saggio scolastico di provincia, eseguire musiche del repertorio originale anziché canzoni degli anni '30?
Forse perché il repertorio originale ha bisogno di lavoro filologico prima di essere eseguito? O perché altrimenti le decine di carriere accademiche costruite su tale lavoro non avrebbero avuto tali esiti felici? Oppure perché un certo elitarismo serpeggiava nel "movimento" fin dall'inizio, per poi prenderne il controllo?

Non conosco le risposte a queste domande, ma certo a qualcuno deve essere sembrato pericoloso che un qualunque insegnante di provincia (per giunta di estrazione bandistica) si appropriasse del flauto dolce e vi facesse studiare ai propri allievi musiche non "certificate" come autentiche.

Un'ultima domanda: non sembra anche a voi che le stesse "sacre vestali" dell'autenticità nella prassi nel flauto dolce si siano talmente avvitate su se stesse da voltare le spalle - alla fine - al flauto dolce stesso e transustanziarsi in profetesse della Musica Antica in generale?